Ma quando arriva la telemedicina?

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La telemedicina è già qui. Propagandata ovunque, annunciata quotidianamente nei pezzi giornalistici della stampa e della TV, la telemedicina è diventata un tormentone quotidiano che abbaglia, diciamolo pure, pazienti e medici, senza che si riesca veramente a capire dove finisca il racconto mediatico e cominci la realtà vera.
Il termine copre ambiti diversissimi tra loro che sono unificati dal concetto della distanza. Si tratta di un approccio teso all'eliminazione della distanza nelle tradizionali procedure di accesso alla medicina nelle diverse fasi dell'atto medico, dalla visita, alla diagnostica, alla terapia. Una semplice ricerca su Internet utilizzando il termine 'telemedicine' (o gli analoghi nazionali) ci inonderà di risultati che dimostrano quanto il problema sia estesamente sentito. Per farsi una idea generale basta leggere le voci presenti su Wikipedia (http://en.wikipedia.org/wiki/Telemedicine e la modesta voce in lingua italiana http://it.wikipedia.org/wiki/Telemedicina).
L'analisi della letteratura che ho dovuto fare per preparare una presentazione a un Congresso Nazionale di Cardiologia (intitolata 'Dalla telecardiologia robotica ai tessuti intelligenti' http://www.tcgroup.it/appoggio/sic2007/rel.asp?rel=0788-Marangelli) unita all'esperienza di una sperimentazione telecardiologica mi ha convinto che il diffuso entusiasmo per le nuove possibilità della telemedicina si scontra con una pervicace resistenza alla sua pratica implementazione.
I motivi sono diversi e sono meritevoli di un serio approfondimento. Ma un elemento comune è che, mentre l'uso nelle procedure burocratiche ha la strada spianata, l'uso in ambiti non burocratici incontra ostacoli tecnologici, gestionali e anche di accettazione da parte del medico e del paziente.
Avendo una passione per la tecnologia, mi sono sempre prodigato per l'innovazione applicandola prima di tutto a me stesso. Quando i videocellulari erano appena comparsi sul mercato, io ne avevo ovviamente acquistato uno e nell'intestazione delle mie relazioni cliniche lo avevo bellamente messo in evidenza immaginando che qualche paziente avrebbe trovato comodo contattarmi con questo mezzo. Già mi immaginavo la signora dispnoica che avrei potuto osservare in video oltre che sentire in audio (qualche volta il sintomo riferito dal paziente richiede una conferma ispettiva!). Ebbene, posso candidamente confessare che negli anni, anche oggi che i videotelefoni sono diffusi, non ho mai ricevuto una videochiamata, che fosse una, da un qualsiasi paziente. Segno che (a parte la malinconica considerazione che la videotelefonia appartiene alla serie delle grandi idee che si trasformano in grandi flop) i pazienti non gradiscono tale forma di contatto tecnologico.
Mi propongo di analizzare gli aspetti di implementabilità della telemedicina, naturalmente secondo la mia opinione.

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